Se state cercando di capire se valga la pena andare a vedere Logan – The Wolverine, potete fermarvi qui, perché la risposta è un grosso SÌ.

La nostra recensione di “Logan – The Wolverine”.

Comprare il biglietto per il terzo spin-off su Wolverine è una buona idea, persino per chi non abbia mai aperto un fumetto della Marvel o visto uno dei 10 film precedenti basato sulle avventure degli X-Men.

Lo strappo.

Mettiamola così: James Mangold ha preso spunto da un fumetto, ma è riuscito a raccontare una storia compatta e credibile, strappando di prepotenza l’etichetta di genere.

L’adamantio è un fatto.

Allo spettatore non occorre sapere quanti anni abbia questo Logan, perché sia così disilluso, quale sia il suo vero nome o cosa sia l’adamantio, perché sono fatti: da quando la storia inizia, la sospensione dell’incredulità funziona perfettamente. Non racconta le origini del personaggio, per fortuna. Lo spettatore non sente il bisogno di sapere altro, per fortuna.

Futuro prossimo.

Non sveliamo nulla dicendo che questa storia è ambientata nel 2029. Vecchio Logan, il fumetto del 2008 di Millar e McNiven, si svolge in una timeline talmente diversa (da tutto) che è inutile azzardare paragoni. L’unica cosa che possiamo dire è che, oggi, i tempi messi in scena nel film non sembrano così futuribili: un po’ di trasporto su gomma senza autista, qualche impianto articolare biomeccanico. È un futuro che sta lì, appena dietro l’angolo. Ed è bello così.

Ucronia canaglia.

Futuro sì, ma ucronico, e, quindi, tanto liberatorio. Per gli sceneggiatori, per il regista, per i fanboy e, soprattutto, per quelli che non ne sanno nulla di Wolverine. Una cosa è certa: basta guardare il trailer per capire che tutti, nel team che ha realizzato il film, hanno visto Mad Max: Fury Road. Diciamo che l’hanno visto più di un paio di volte.

Superattori.

La verità è che Hugh Jackman non sa interpretare Wolverine. Hugh Jackaman è Wolverine. Punto. Sir Patrick Stewart, che nella realtà ha 77 anni, nel film ne mette in scena 90, che pesano come 110. Performance di rilievo. A questi due superattori si abbina l’ottima prova della giovane Dafne Keen che ha un musetto molto espressivo. E sì, solo in questo caso ci sentiamo giustificati nel dire “Musetto”. Jackman e Stewart non interpreteranno più Wolverine e Professor X – è cosa nota – ma noi vogliamo pensare positivo: se doveva esserci un distacco, questo film è stato sicuramente un ottimo modo.

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Little miss sunshine con artigli.

Il film rientra a pieno titolo nella categoria delle storie on the road. In viaggio ci sono un vecchio, un adulto e una bambina che non sono parenti, ma che, di fatto, finiscono per replicare le dinamiche di una famiglia. Ma che tipo famiglia? Contemporanea? Allargata? Mutante? Disfunzionale? Di sicuro i siparietti Charles/Logan e Logan/Laura aprono uno squarcio di commedia nel pesante velo che aleggia sul film. Poi, però, all’improvviso ritornano gli artigli.

«Il mondo si divide in due categorie: i vincenti e i perdenti. E qual è la differenza? I vincenti non mollano mai.» – Little Miss Sunshine

Non è un film per bambini.

Parlavamo di commedie e famiglie. Ecco, i simpatici battibecchi di cui sopra si dimenticano di scatto ogniqualvolta il buon vecchio Logan sfodera gli artigli. Qui non ci sono costumini (gialli o neri, poco cambia) e battute sagaci. Qui ci sono arti amputati di netto, schizzi di sangue e artigli lunghi due palmi che entrano nelle teste piano piano, pornograficamente, in barba a qualsiasi censura. Ecco perché il film è vietato ai minori di 14 anni. Ecco perché questo è il film più fedele all’essenza di Wolverine, quello che lo zoccolo duro dei fan avrebbe sempre voluto vedere.

Una domanda, molte risposte.

Sapete che quasi tutte le storie si reggono sulla domanda “Cosa succederebbe se?” (in America dicono “What if?”). Bene, in Logan – The Wolverine ci almeno due What if?, a scatola cinese.

La più banale è da fumettari:

  • Cosa succederebbe se Wolverine dovesse perdere il suo fattore rigenerante e, contemporaneamente, fosse obbligato a occuparsi del Professor X e di una giovane mutante?

Ma facendo un passo indietro, forse se ne intravede un’altra, più ampia. La vera domanda a cui risponde questo film, probabilmente è:

  • Cosa succederebbe se un reduce senza legami dovesse ammalarsi gravemente e, contemporaneamente, fosse obbligato a occuparsi di un anziano e di una bambina problematica?

Ora capite perché può interessare a tutti?

Un soldato, un ronin, un pistolero.

Il film non fa segreto di ispirarsi al genere Western. Anzi, lo dichiara proprio. È tutto molto giusto, perché il personaggio di Wolverine incarna tanti stereotipi: è un soldato, un reduce, un assassino, un guerriero, un ronin e, quindi, è anche un pistolero perfetto.

Inoltre, ci pare di poter dire il genere Supereroistico, negli ultimi, si sia neutralizzato. Era di nicchia, è stato mainstream e ora è diventato fondale, quasi irrilevante. Soprattutto in questo film. I poteri e le maschere sono caduti, insieme alla certezza di cosa sia buono o cattivo, bene o male. E quando inizi a infilare l’etica in una storia, che sia Fumetto o Western, diventa tutto molto più complicato.

Dove Logan incontra Cash.

Il regista James Mangold deve avere un forte legame con Johnny Cash. Ha diretto Walk The Line e ha messo in scena un Wolverine vicinissimo al cantautore di Kingsland: entrambi autodistruttivi, proiettano la stessa zona d’ombra pericolosa per loro stessi e per chi li ama. Logan e Cash, fanno quello che devono, quello che possono, legati ad un destino di grandezza mai cercata. Contro tutti e tutto, Logan è il Cash dei fumetti e Cash è Logan della musica.

Forever young?

Vincerà l’Oscar? Probabilmente no. È un film per tutta la famiglia? Certamente no. Però, a noi sembra che Logan – The Wolverine sia un ottimo esempio di come possa funzionare bene il connubio tra Cinema e Comics e che il risultato finale possa piacere a molti di voi.

Certo, probabilmente toccherà più profondamente la sensibilità di un numero più esiguo di individui. Tipo quelli che leggevano i fumetti delle Edizioni Corno quando, in Italia, “Wolverine” si traduceva “Ghiottone”. In sala, loro ci saranno sicuramente. Probabilmente ci saranno anche i loro figli. Potrebbero quasi esserci i nipoti, perché Wolverine è apparso per la prima volta in un fumetto nel 1974.

Per questo numero relativamente esiguo di persone, Logan – The Wolverine, che si articola sulle relazioni forzate di tre età della vita, diventa ancora più calzante: un film praticamente perfetto per adulti che, un tempo, amavano i fumetti.