Ci siamo sempre chiesti come fosse il Porto Antico “di una volta”.
Chi meglio di un nonno poteva spiegarcelo, così abbiamo deciso di intervistare un “nonno”speciale, molto  vicino a noi. Eccovi l’intervista.

Nonno, raccontami.

Sabato scorso passeggiavo in Porto Antico con Cecilia, la mia nipotina. Eravamo diretti alla Città dei Bambini e dei Ragazzi (che lei adora) e, nel tragitto, mi sono tornati alla memoria ricordi lontani e meno che mi legano a questa parte della Città.

Mio padre lavorava nel settore delle riparazioni navali e spesso, quando ero bambino, la domenica mi portava a trovare un suo caro amico, il comandante dei piloti del porto, che abitava all’interno della cinta portuale.

Per me entrare nel porto era come introdurmi in una città proibita. Dal 1200 tutto il Porto di Genova era recintato, perfino le aree non soggette a controllo doganale, contrariamente a quanto è sempre stato in altre città portuali, come Trieste, Napoli, Venezia, ecc.

I genovesi che volevano scoprire la propria città vista dal mare, dovevano imbarcarsi per una crociera: pensate che alcuni edifici hanno dimensioni e prospettiva che non ha giustificazione, se non vista mare, come ad esempio l’Albergo dei Poveri, Palazzo Reale o lo stesso Hennebique.

L’isola delle Chiatte: passato e presente.

Probabilmente i migranti che partivano verso le Americhe vedevano il porto della loro città per la prima volta dalla nave dove erano imbarcati; quando i canterini, i trallalero, andavano sulle chiatte poste al centro del porto vecchio (dove ora c’è l’isola delle chiatte) a cantare “La partenza” per salutare i propri famigliari.

Oggi, se vi capita verso mezzogiorno di trovarvi sull’isola delle chiatte potrete ascoltare un bel concerto di campane delle chiese che si affacciano ad arco su questo punto focale, è come essere al centro di un teatro romano formato dallo sviluppo morfologico della Città. Durante l’esposizione colombiana, a fine serata, da questo luogo si diramava per la città la musica realizzata da Luciano Berio per l’occasione.

Il Porto Antico senza confini.

Quando ero bambino i racconti di mio padre mentre mi accompagnava in porto mi catapultavano in un mondo che non aveva confini. A volte, per accendere la nostra fantasia, portava a casa qualche frutto esotico e ci raccontava che di averlo avuto in regalo da un suo amico nostromo quando, con tutta probabilità, l’aveva acquistato dallo storico negozio Armanino.

Il porto per me era il luogo in cui si confondevano tutte le storie sul mondo.

Allora il porto vecchio era attraversato dalla ferrovia per trasportare le merci che venivano trasferite dalle banchine. vorrei tanto che a fianco dell’ultima gru ad acqua rimasta al Mandraccio, fosse posta una di quelle locomotive che movimentavano le merci. Pensate che c’era addirittura una stazione di scambio all’inizio di piazza Caricamento, ma fu demolita in occasione delle Colombiane.

Merci, spezie e non solo.

Prima dell’avvento dei container, nel porto arrivavano tipi differenti di merci:

  • Il cotone in balle ai Magazzini del Cotone che le alte gru, che ancora troneggiano sul Molo Vecchio e che fanno da contraltare alla Lanterna che si staglia sullo sfondo, trasferivano all’interno dei magazzini attraverso i terrazzini, che rimodernati ancora si vedono in facciata;
  • Le carni congelate che arrivavano da tutto il mondo, in special modo dall’Argentina, di fronte a Porta Siberia in un magazzino con celle frigorifere, demolito in occasione delle Colombiane per riportare alla luce i vecchi moli ottocenteschi dove si possono oggi vedere le canne di cannone che venivano utilizzate come bitte (i genovesi oculati e risparmiatori!);
  • Il caffè e le spezie al Millo e alle palazzine del ‘600, che allora costituivano il Porto Franco (quanto si è discusso per ricostituirne un altro in porto!). Il passaggio tra il Millo e le Palazzine era coperto da una struttura ottocentesca in ferro e vetro, demolita, che oggi potrebbe rappresentare la Galleria Mazzini del Porto Antico;
  • Il vino attraverso bettoline. Ricordo l’ottimo Sherry e Porto che mi forniva un importatore che qui operava.

E poi di fronte al Millo, trovavi anche i pescatori, poi trasferiti in Darsena, e le vecchie osterie dove i portuali si facevano il bianco amaro o il panino, magari sotto un pergolato d’uva.

Un bel Museo del Porto, curato dai vecchi dipendenti del CAP, era a Ponte Spinola, dove adesso c’è l’Acquario, e raccoglieva reperti degli antichi mestieri piuttosto che ricostruzioni in scala delle strutture portuali. Chissà se oggi sono stati recuperati dal Museo del Mare o giacciono in qualche dimenticato magazzino…

E poi Porta Siberia, la Porta Cibaria, opera di Galeazzo Alessi, da dove entravano le derrate alimentari dirette ai  magazzini di via del Molo: pensate che uno di questi, che ha la struttura interna di una cattedrale, conserva ancora le indicazioni del livello del grano raggiunto negli anni sotto i diversi Dogi a partire dal 1400. Oggi, ristrutturata da Renzo Piano, ospita il Museo Luzzati dove la mia nipotina vuole sempre andare a seguirne le animazioni didattiche.

Storie infinite da raccontare.

Ma questo vecchio porto, crogiolo di diverse umanità, potrebbe raccontare infinite storie.

Un vecchio contrabbandiere narrava di quando si trasportava la merce oltre il varco doganale con imbarcazioni attraverso i rivi fognari che sfociavano nel porto o di quando si scaricava il caffè dalle palazzine del ‘600 attraverso una falsa gronda utilizzata quando pioveva per non farne sentire il rumore nella caduta.

Cecilia mi ha chiesto cosa sono quei grossi tubi che vanno verso il cielo. Gli spiego che il Bigo era il simbolo dell’Expò e rappresenta le vecchie gru delle navi per il carico e lo scarico delle merci. Forse non tutti sanno che Renzo Piano si è ispirato a una bella foto di Berengo Gardin che mostra una nave da carico a fianco dei Magazzini del Cotone.

Ma siamo arrivati alla Città dei Bambini e dei Ragazzi, Cecilia non vede l’ora di entrare.

Quante altre storie potrò raccontarle su quest’area quando crescerà: dei traghetti che vi facevano scalo, degli antichi moli, dei reperti archeologici, delle bombe inesplose ritrovate durante la bonifica dei fondali. Credo sia importante trasmettere ai propri nipoti queste storie perché rimangano nella memoria, magari cercherò anche di insegnarle quel poco di genovese che ho imparato da mio nonno!